Adoro il circo. 

Controcorrente!

Tanto quanto mi piace la segatura o la linea color prato del tatuaggio.

Il brivido dietro la schiena e il fremito a pelle.

IL PRODIGIO.

Paolo, primo degli Orfei, si spogliò della tonaca per amore di Fausta, acrobata pazzescamente bella. Da religioso a vagabondo. Lui veniva da un posto strano vicino a Ravenna, lei non si sa.

Il circo da sempre, per caso o scelta, essenza e storia porta con sé un cambio di vita. 

Amo il circo perchè il leone è un sovrano e io amo le cavalcature dei re.

Amo il circo perchè rende belle cose orrende, le tristezze sfolgoranti preziosità.

La metafora più grande che viaggia sul carrozzone del circo, è che nulla sarà per sempre: esistiamo in bilico tra alto e basso, luce e buio, scivolata e tenuta.

Siamo un esercizio aereo mentre guardiamo i nostri cari scomparire in mutanda dorata tra una quinta e l’orchestra.

Siamo clown bianchi mentre combattiamo col fuoco scansando coltelli.

Siamo giocolieri mentre corriamo dietro donnine placcate che amano i rudi. 

Nanetti, un attimo dopo forzuti giganti.

Ci si aggrappa e si doma, si prova e riprova a cantare e farsi incantare, mentre siamo numeri in entrata e in uscita che guardano su, verso la luce che sopra s’accende.

 

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