VIOLA E COSIMO (Calvinata)

Lui l’aveva rivista nel sole.

Sporgendosi dalla ringhiera d’una casa a sud. S’era subito affannato in cima a quel miraggio.

Lei gli dava le spalle, e lui s’affrettava, raccoglieva le forze attento a non perderle di vista la schiena.

Non l’incontrava da quando i suoi piedi avevano lasciato la gravità delle cose per andare altrove.

(pausa)

Saltò le pareti spingendosi in avanti e nell’atterraggio la fronte gli scottava come una mela cotta sfornata.

Saltò tetti e balconi, senza alcuna protezione se non quella di tornare all’inizio dell’alfabeto loro, alla A, dove un giorno, era stata scritta la parola AMORE.

Lei sentì dietro di sé l’energia febbrile di un urto.

Lui era colpito da una forma che le scivolava sulla schiena.

Era arrivato con la bocca piena di cuore, il muscolo tra i denti che gli pompava sangue.

Nella schiena abita il portamento di una donna, si decide una postura nella schiena: si drizza il carattere o si storce l’errore di un vizio. E lui chiuse gli occhi, perché il tatto, mai la vista, sa riconoscere la temperatura di un corpo umano.

Nel tramonto estivo risalì dal bacino lungo la spina dorsale lasciando camminare le dita tra i suoi capricci, fino all’indirizzo dove stanno i suoi vezzi di donna… poi verso la spalla, il collo, la testa scivolosa tra i capelli diritti. E masticava il suo nome mentre il cuore faceva jam session dentro al petto: Viola!

 Non poteva essere che il suo profumo… quello che dal nome saporito tornava sul naso.

Sei tu?” con il tono di chi dice: “è vero?” – disse lei.

Lui l’aveva abbracciata quasi con forza tra le piante che curava. Aveva risposto abbracciandola da dietro“sì” come avrebbero fatto i bambini, e le labbra erano un taglio che a lei tiravano fuori il sorriso.

…. e lui pensò a prima che partisse, a quando l’aveva abbandonato per la prima volta solo sopra a un tetto.

Le gambe e le mani di Cosimo erano entrate tra il cemento di un grattacielo di vetro e metallo per ritrovarla. Si erano visti li prima volta, quando c’erano gerbere, garofani e orchidee. Adesso senza acqua e Viola che se ne occupasse, tra l’erba e i tubicini per innaffiare tutti storti, crescevano solo margherite casuali. Indolenti, senza profumo.

I vetri erano stati presi a pugni dal vento e l’aria correva in soffi disorientati tra i capelli di Cosimo.

Anni prima l’aveva conosciuta in cima a un palazzo, quando lei faceva fiorire cose per proteggerle nella serra. Anni prima in basso a destra, nel vaso più largo, lei avrebbe sotterrato la seta di un abito da sera. Quel seme di stoffa le era fruttato nei sogni e i suoi abiti avevano fatto il giro del mondo prima di tornare da lui.

Il loro dialogo cominciò con una nuvola. Carica di tempeste improvvise, veloce come le onde a Bonifacio.

Intanto un dito appena sopra le loro teste, la sera si fece color lavanda, e profumava di pulito… come la loro storia.

Si guardarono a lunghissimo, in silenzio, con la prova di un sorriso sulla faccia.

La luce, quella finale del giorno estivo, si fermò e per non sprecare energia, e restò bassa a tenere costanti gli sguardi.

A Viola piacevano le mani di Cosimo. Erano abituate a strappare salti alle terrazze banali delle città, l’avevano spostato negli anni tra grondaie e antenne o sulle soffitte dove stanno le cose di famiglia.

A Cosimo piacevano la schiena e le gambe di Viola, perché l’avevano, sì, allontanata, ma mai trattenuta. Poi erano gambe diritte, capaci di coprire tre gradini con un solo passo, e i problemi  con una fuga.

Per una tipa come Viola i ricordi erano inciampi, come certe domande… sapeva correre via e vivere in anticipo risposte e futuro, ma a volte si impantanava nel passato.

“Era verde quando te ne occupavi con me, era pronto a fiorire, adesso sembra…”

“D’accordo lo farò rimettere a posto! Non sei più sceso, sei rimasto sui tetti da allora? Che hai fatto?”

“Oh, ho fatto tantissime cose, ho imparato a conoscere i venti lo sai?”

“Utile!”

“Davvero dai, non scherzare! Per esempio, ti dico, ci sono venti freddi, settentrionali che scendono dal Rodano, tra le Alpi e vanno verso la riviera francese o il golfo di Lione… lo sai che possono far volare le tegole, abbattere camini, buttare bambini piccoli nei fiumi e rovesciare muri? O la bora, lo sai che si tira dietro acqua e neve? Io adoro la brezza marina che si infila nelle strade e fa passeggiare le persone… lo sai che quando soffia, il cielo è senza nuvole e i tetti sembrano tutti vicini?”

“Zitto! Mi amerai per sempre?

“… S… i…” A questa domanda Cosimo rispose con un singhiozzo o un rutto lacrimato perchè il sì lo aveva dentro da sempre. Ma in certi momenti i versi si fanno sentimenti.

“Dammi un bacio!” disse lei, e lui le saltò addosso con la stessa forza di quando si gioca da bambini a rincorrersi sulle terrazze.

Lui riconobbe il suo profumo da vicino e lei sentì nel cuore la felicità d’essere desiderata come fosse la prima volta.

S’era fatto buio e Cosimo sembrava avesse spento lui la luce al cielo prima di stendersi sopra di lei.

Si amarono con foga e gioia che mai ci ama così, e mentre Cosimo correva dentro di lei… era come se corresse lungo gli anni, indietro e avanti nel tempo, a quando, un giorno, visitando la serra, aveva immaginato la prima volta che esistesse una bimba così dispettosa.

Amandola si ricordò che da bambini si gioca a infilare i cubi nelle forme di legno perfette, e capì che lei che gli aveva fatto notare che il mondo, dall’alto, sembra piccolo e… Cosimo, questa cosa, l’avrebbe tenuta per sempre portata in sè.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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